Dell’elemosina e del suo retto uso

Dell’elemosina e del suo retto uso

Di don Andrea Lonardo

Il silenzio sull’elemosina deve essere rimosso. Pochi orientamenti vengono offerti e, invece, ognuno ne ha bisogno.

L’elemosina è bella ed appartiene al messaggio di Gesù che annuncia che anche un bicchiere d’acqua fresca dato a qualcuno appartiene al Regno.

Non è sufficiente l’impegno per la giustizia sociale: il mondo non sarà mai pienamente giusto fino al Giudizio finale (che è necessario esattamente per questo). L’elemosina è un segno di amore personale che ha valore anche se è impossibile risolvere alla radici i problemi di colui che riceve la carità.

Chi è parroco sa bene che il numero di persone che si rivolge ad una comunità cristiana per un aiuto in denaro o informe diverse è in aumento. Sa, al contempo, che la metà di coloro che chiedono un aiuto appartiene in realtà ad un racket che vive sfruttando mendicanti e inviando persone a girare di luogo in luogo con false richieste, che cambiano di giorno in giorno, secondo parole d’ordine che vengono dettate altrove.

Io consiglio a chi vuole aiutare chi chiede l’elemosina di legarsi innanzitutto ad un Centro d’ascolto di una delle Caritas parrocchiali.

Spessissimo chi appartiene al racket o vive di accattonaggio, pur potendo in realtà lavorare, si presenta con richieste che sembrano urgentissime: “Entro 12 ore debbo raggiungere mio figlio malato che è in Svizzera ed ho bisogno di soldi per un biglietto”, “Mi si è appena fermata la macchina ed ho bisogno di 50 euro per il pieno, perché sto correndo ad aiutare una persona”, “Entro domani debbo pagare una rata di una tassa, altrimenti mi sarà staccato il gas ed ho due bambini”. L’esperienza insegna che il 99,9% queste richieste sono false e che la persona si ripresenterà 5 minuti dopo ad una nuova persona con un’identica richiesta e così via, giorno dopo giorno, modificandola non appena è divenuta troppo nota.

Il Centro d’ascolto della Caritas ha la missione di accogliere la persona e le chiede di poterla visitare a casa, la aiuta a considerare la situazione globale, le offre un aiuto più radicale, intervenendo con un avvocato, un esperto di pensioni, un medico, ecc. Generalmente, non appena si offre a quel 50% di persone che appartiene al racket o alla mendicanza istituzionalizzata un aiuto di questo tipo, esso lo rifiuta, perché non intende realmente essere aiutata. Invece, con il restante 50% delle persone si apre un dialogo vero e l’aiuto diviene non solo quantitativamente molto maggiore, ma soprattutto più incisivo e legato ad un rapporto personale che si sviluppa.

Si può allora dire ad ogni mendicante del proprio quartiere, fermandosi a dialogare con lui, di rivolgersi in primo luogo al Centro d’ascolto di una parrocchia – la propria o quella che si è scelto di aiutare – insistendo sul fatto che la comunità cristiana lo aiuterà in maniera consistente (e ciò deve esser vero), perché le persone entrino in una relazione più profonda.

La scommessa è quella di far crescere in ogni comunità un vero ascolto dei poveri, dove fiorisca uno spazio sereno e riservato per poter aiutare veramente chi è nel bisogno.

Un’alternativa a questo è di decidere di seguire una ben determinata persona conosciuta per strada, accompagnando l’elemosina con una progressiva frequentazione.

Faccio un esempio concreto: in parrocchia un giovane creò nel tempo una relazione con un lavavetri del Bangladesh e, mattina dopo mattina, creò un rapporto con lui al punto da invitarlo al campo estivo del giovani della parrocchia, lui che non era nemmeno cristiano. L’esperienza fu ricca e un rapporto casuale divenne una vera relazione di conoscenza e sostegno. Dare solo l’elemosina ora qui ora là lascia un po’ il tempo che trova.

Non si deve avere paura, una volta scelto di aiutare giorno dopo giorno il Centro d’ascolto di una parrocchia o una determinata persona, di dire: “Io aiuto in questo modo, io aiuto il povero che dorme per strada nel luogo x, io aiuto i lavavetri del semaforo x”, dinanzi ad una richiesta di aiuto da parte di un altro: non possiamo aiutare tutti – questo deve essere chiaro -, ma non è inutile dire che noi già aiutiamo qualcuno. Potrà non essere capito, ma è la verità e non è poco.

Per un’Italia del quotidiano

Per un’Italia del quotidiano

…e non solo delle “inaugurazioni” e dei “primi annunci”

Di Andrea Lonardo

Non si tratta di iniziare, si tratta di proseguire e di aggiustare giorno dopo giorno.

Non si tratta di realizzare una strada, ma di avere pronta una squadra di “stradini” che ogni giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, si alzi al mattino per riparare le buche.

Quanta architettura moderna è stata progettata senza pensare al domani, senza pensare a chi dovrà lavare, quando la polvere annerirà le vetrate più alte e il ferro del cemento armato arrugginirà le strutture. Nessuno sembra accorgersi che edifici famosissimi (si pensi anche  ai grattacieli o alle case di Le Corbusier) invecchiano rapidamente e, presentati come splendidi il giorno della loro inaugurazione, non reggono al passo del tempo, dopo pochissimi anni dal loro primo utilizzo.

Anche l’edilizia ecclesiastica è spesso in mano a ditte che si preoccupano di strappare l’appalto, non del domani della vita della comunità parrocchiale.

Ma tutto questo vale anche per la scuola, l’educazione e la catechesi. Non basta il “primo” annunzio. Serve ancor più l’amore per l’ordinario, per la messa domenicale, per la confessione che “ripara”; per l’oratorio, per i campi estivi dei gruppi giovanili ed il cammino dei giovani man mano che dal liceo passano all’università e poi si sposano, e così via.

Serve una comunità dalla quale, se a qualcuno capita di allontanarsi, la ritrovi stabile se decide di tornare. Non basta moltiplicare figliol prodighi all’infinito, servono anche padri che restino ad abitare una casa.

Non sono sufficienti comunità fatte solo di persone con cammini “peculiari”, servono comunità ordinarie, abituate al tran tran della vita quotidiana. Una comunità che disprezzi la vita ordinaria, le prime Comunioni, l’oratorio estivo, lo scautismo, le tradizioni, le feste popolari, la nascita e la morte, la vecchiaia e l’infanzia, non potrà mai essere ordinaria. Cercherà cammini “unici”, stratosferici, che alla fine non saranno quelli della vita vera, che deve sempre essere “manutenuta”.

Vita è uguale a manutenzione, a routine, ad ordinarietà.

Anche i social sembrano essere catapultati verso velocità sempre maggiori – non è insensibile il passaggio da FB a qualcosa di ancor più veloce che è Instagram con le sue storie che vengono cancellate nel giro di 24 ore: ciò che dura sembra non interessare, mentre in realtà ciò che dura è l’unica cosa interessante!

Non esiste una vita che non guardi a ciò che stancamente si ripete; la vita è vera proprio quando si ripete stancamente (nel senso migliore del termine, perché ci si “stanca”, ci si “affatica” nell’ordinario).

La famiglia ne è l’esempio più evidente. Ciò che tiene nella famiglia è esattamente il fatto che essa è ordinaria e quotidiana. Non è uno slancio, un flatus, un irrompere.

È vero pure nella vita sociale e politica. Si tratta non solo di salvare in mare, ma di integrare nel lavoro e nella cultura. Non di dare qua e là denari a perdere, ma di ridurre le tasse e promuovere il lavoro. Si tratta non di dare i 18 politici all’università o alle superiori, ma di uno studio serio e diuturno.

Si tratta di puntare sui tempi lunghi e in prospettiva “Popolare”, in un discorso che deve coinvolgere tutti. Facendo memoria dei “progetti” che hanno attraversato i secoli. L’esperienza è propria di chi conosce la dimensione “tempo” ed ha “sperimentato” ciò che dura, ciò che resta, ciò che è vero da millenni (e non lo baratta per l’effimero che dura il tempo di un mattino), i punti di riferimento che sostengono il cammino.

E che accetta di abbassarsi alle riparazione di ogni giorno, a quelle sciocche riparazioni e revisioni quotidiane, che sono il nutrimento della vita.

Fonte: gliscritti.it

 

Perché chiedono il Battesimo nel 2018?

Perché chiedono il Battesimo nel 2018?

Ecco alcune delle testimonianze dei 100 giovani e adulti che riceveranno a Roma il Battesimo nella notte di Pasqua.

Sono interprete di lingua dei segni e sto studiando alla facoltà di psicologia. “Dio è una presenza sottile” questa cosa mi ha colpito moltissimo.

Ho 25 anni, sono interprete di lingua dei segni e sto studiando alla facoltà di psicologia. I miei genitori, entrambi atei, hanno deciso di non battezzarmi per darmi la possibilità di fare una scelta consapevole e sentita. Sono sempre stata sicura della Presenza di Qualcuno o Qualcosa superiore a noi ma non avendo nessuna indicazione a riguardo ero un po’ confusa e smarrita.
Ho conosciuto una persona, il mio attuale compagno e futuro marito, che mi ha letteralmente cambiato la vita. Sono tornata ad essere me stessa, cosa che avevo tralasciato e camuffato per una serie di eventi, ed ho ricominciato a vivere, ma questa volta una vita nuova con mente e spirito nuovi, chiari, maturi, sinceri, pieni di amore verso la vita. Osservando lui, il suo modo di essere, di pensare, di agire mi sono sentita animata da qualcosa di diverso dal solito, di più profondo e di spirituale. Ho sentito la necessità di ascoltare ed approfondire una parte di me che mi chiamava, ma che non conoscevo, così sono andata dal Parroco della chiesa sotto casa mia e parlando con lui ho cominciato questo stupendo percorso. Come abbiamo letto insieme in un versetto della Sacra Scrittura: “Dio è una presenza sottile” questa cosa mi ha colpito moltissimo, l’ho sentita subito vera e “mia”, ripensando a tutti i miei 25 anni di vita, alle varie situazioni vissute. È vero Dio c’è sempre stato e non me ne sono mai accorta! Solo oggi con il senno di poi ed un ascolto consapevole e attento, ripensando a tutto posso dire con certezza che è sempre stato con me e mi ha guidata ed aiutata.

Sono un giovane studente camerunese in Italia da un anno. A dire il vero sono un po’ testardo, fuggivo la catechesi per andare a giocare a calcio!

Sono un giovane studente camerunese in Italia da un anno. Sono il secondo di 5 figli. I miei fratelli sono rimasti tutti in Camerun. Per fortuna, da piccolo i miei genitori ci hanno sempre insegnato a temere Dio.
Anche se mio padre non andava in chiesa, pregava comunque a casa e ci dava i soldi per andarci. Al liceo ho frequentato diversi corsi di catecumeni con i miei fratelli ma non li ho mai finiti anche se mia madre mi ha sempre spinto, anzi, quasi obbligato a farli! Ma di quei corsi non sentivo la necessità.
A dire il vero sono un po’ testardo, fuggivo i corsi per andare a giocare al calcio! Comunque ero spesso invidioso quando vedevo i miei fratelli partecipare alla Comunione, e loro mi prendevano in giro. Finché sono arrivato in Italia, e ho incontrato un amico, anche lui camerunese, che sarà d’altronde mio padrino.

Devo sicuramente raccontare della persona da cui tutto è partito; mia nonna paterna, la prima persona che mi ha fatto avvicinare alla chiesa, una donna dalla fede solida che avrei voluto avere accanto in questo percorso

Con questa lettera vorrei provare a farmi conoscere e a spiegare, in breve, il percorso che mi ha portato fin qui. Devo sicuramente partire raccontando la persona da cui tutto è partito; mia nonna paterna, la prima persona che mi ha fatto avvicinare alla chiesa, una donna dalla fede solida che avrei voluto avere accanto in questo percorso. Inizialmente, quando ero piccola, pensavo che essere credente volesse dire partecipare a rituali per me inavvicinabili. Da quel periodo è passato del tempo e piano piano qualcosa in me è cambiato, la mia fede è diventata qualcosa di più dell’andare a messa la domenica, anche se conservo ancora i ricordi di quelle sensazioni, bellissimi ricordi. La morte di mia nonna, alcuni momenti difficili in famiglia, la mia prima laurea, l’inizio del lavoro, molti avvenimenti importanti mi hanno fatto crescere, ho iniziato a pormi domande più profonde che mi hanno portato qui a richiedere il Battesimo. Ho trovato il coraggio di entrare in chiesa, di chiedere informazioni, e da lì è iniziato questo percorso.

“Mamma sai che non sei figlia di Gesù, perché non sei battezzata?” “Mamma sei sicura di farlo? Non farlo per me”

Dieci anni fa il Signore mi ha fatto il regalo più bello del mondo: un figlio, che ha iniziato il catechismo per la prima comunione.  Stando a scuola dalle suore e avendo una brava maestra di religione, ogni volta che c’era, mio figlio tornava a casa molto preoccupato e mi diceva: “Mamma sai che non sei figlia di Gesù, perché non sei battezzata?”. Un giorno la sua maestra di religione e la sua catechista mi hanno chiesto: “Perché non inizi il percorso per il battesimo? In fondo sono solo due anni”. Ho risposto loro come avevo risposto a mio figlio: “Sono due anni di preparazione, è troppo tempo!” Accompagnando mio figlio ogni domenica alla Messa ho incominciato ad entusiasmarmi e a piacermi e quindi ho deciso di approfondire la Parola di Dio, e ho detto a mio figlio: “Ho deciso di battezzarmi”. È rimasto molto contento, però allo stesso tempo ha detto: “Mamma sei sicura di farlo? Non farlo per me, ma fallo solo se veramente senti nel tuo cuore la chiamata di Gesù. Ricordati non farlo per me”.

di Don Andrea Lonardo

Fonte: GliScritti

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