Yesterday

Yesterday

La fama e l’amore in un «nuovo» mondo grazie alla musica dei Beatles

Come sarebbe il mondo senza Beatles? È la domanda che guida Yesterday, di Danny Boyle una divertente commedia musicale.

Di Gianluca Bernardini per sdcmilano.it

È facile credere che ogni persona sulla faccia della terra conosca, o abbia ascoltato almeno una volta nella vita, la musica del Beatles. Ma cosa succederebbe se, un giorno qualsiasi, un musicista incompreso come Jack Barth (Himesh Patel) si risvegliasse in ospedale dopo essere stato investito da un bus, a causa di un improvviso generale blackout, mentre tornava a casa con la sua bicicletta, e si mettesse a suonare la musica dello storico gruppo di Liverpool in un “nuovo” mondo… dove nessuno li ricorda? Un exploit!

Danny Boyle, che abbiamo conosciuto tutti probabilmente per il film “The Millionaire”, che gli è valso un premio Oscar, o “Trainspotting”, porta in scena “Yesterday”: un’assurda, nonché romantica, commedia musicale. Il film è sceneggiato da Richard Curtis, autore noto per avere ideato classici istantanei come “Bridget Jones” e “Notting Hill”. “Yesterday”, il cui titolo richiama la celebre canzone dei Beatles, offre un mix di buoni sentimenti con tanto di passione amorosa del protagonista per l’amica, collega, manager e confidente da una vita, Ellie (Lily James), alla quale non si è mai, naturalmente, dichiarato.

Una storia classica, dunque, che sottolinea però quanto il desiderio della fama e del successo carpiti con la menzogna non possano rendere felici. Soprattutto per chi è un buono dentro e una persona onesta. Perché la verità, alla fine, vince sempre su tutto. Se si è onesti fino in fondo, nulla sembra impossibile. Diverte in particolare modo il cameo (ma forse è qualcosa di più) del cantante Ed Sheeran, ironico e piacevolmente auto ironico. Luci, colori, buona musica e tanti, troppi, “finali”, purtroppo, in un film che diverte senza andare mai in profondità. Ma il “genere” di film, richiede anche questo. Piacevole e distensivo. Fa bene all’animo.

Temi: musica, Beatles, successo, fama, amore, desiderio, verità, felicità, senso della vita.

Cafarnao – caos e miracoli

Cafarnao – caos e miracoli

Di Gianluca Bernardini per sdcmilano.it

I bambini rivendicano il diritto a un’infanzia serena

«Sono convinta che i film possano se non cambiare le cose, quanto meno avviare un dibattito o invitare alla riflessione».
Così si esprime Nadine Labaki, la regista araba che, al suo terzo lungometraggio, porta in scena con «Cafarnao – caos e miracoli» una storia così potente da «sconquassare» anche i cuori meno sensibili.

Non per nulla il film, ambientato a Beirut, racconta la storia del dodicenne Zain (il bravissimo Zain Alrafeea) che vive di espedienti quotidiani pur di aiutare la propria numerosa famiglia a sopravvivere dentro un contesto difficile e infelice. Arrivato al limite, per assurdo, decide di portare in tribunale i propri genitori con l’accusa di averlo messo al mondo senza aver le capacità di prendersi cura di lui e dei suoi fratelli.
Un atto d’accusa o, forse, meglio «un gesto simbolico – come sottolinea la Labaki – a nome di tutti i bambini che, non avendo scelto di nascere, dovrebbero poter rivendicare dai loro genitori un minimo di diritti, quanto meno quello di essere amati».

A metà strada tra documentario e finzione, il film srotola una storia drammatica nonché commovente, dando in pasto agli spettatori emozioni reali, quanto gli attori stessi presi dalla strada. Dentro un susseguirsi continuo di difficoltà e drammi Zain vive il proprio «calvario» senza lasciarsi scomporre, orgoglioso di «urlare» quell’identità che non ha (i genitori non hanno potuto nemmeno registrarlo, né fargli i documenti), che lo spinge a compiere e a dire ciò che in fondo un ragazzino non dovrebbe nemmeno poter immaginare.

Delle circa «cinquecentoventi» ore di girato, su tre anni di lavorazione, ne restano poco più di due capaci di avvicinare e affascinare il pubblico, come pochi altri film sanno fare. Qui le ingiustizie e le povertà umane sono le protagoniste assolute, incarnate nei volti e nelle biografie reali dei personaggi che ruotano attorno al nostro giovane protagonista. Al peggio, infatti, sembra non ci sia mai fine, ma la regista libanese, anche dentro le brutture del racconto, infine, lancia uno sguardo di speranza e di luce che mirano a guardare oltre gli occhi di Zain, per ridargli quella dignità apparentemente perduta. Non solo da cineforum.

Temi: diritti, infanzia, bambini maltratti, povertà, ingiustizia, identità, genitorialità, immigrazione

Bene ma non benissimo

Bene ma non benissimo

di Gianluca Bernardini per sdcmilano.it

Dalla parte del più debole, insieme contro il bullismo

Ci sono opere prime che hanno, forse, tutti i difetti della prima volta, ma che hanno, comunque, il pregio della freschezza che incuriosisce e, tutto sommato, si fa apprezzare.

Accade così con Francesco Mandelli (lo ricordiamo certo per «I soliti idioti») che, all’alba dei quarant’anni, confeziona un film a misura dei ragazzi.

«Bene ma non benissimo», presentato alla Festa del cinema di Roma ad «Alice nella città» nella sezione Panorama Italia, giunge così in sala con una storia di bullismo a lieto fine, pronta a far discutere i giovani, ma non solo, su uno dei temi più «attenzionati» al giorno d’oggi.

Protagonista della storia è Candida (la talentuosa Francesca Giordano), una brillante teenager siciliana, fan del rapper Shade, paffutella ed estroversa che, orfana di madre, è costretta ad emigrare a Torino con il padre, per questioni di lavoro. In classe avrà modo di confrontarsi con compagni meno socievoli dei suoi compaesani e con il «solito» gruppo di «bulli» che in particolare se la prendono con il timido e riservato Jacopo (Yan Schevchenko), nonché con lei che, nel frattempo, ultima arrivata, riuscirà a entrare in una relazione di amicizia con lui.

Un racconto che mette al centro non solo il fenomeno del momento, ma soprattutto in positivo la caparbietà e il coraggio di Candida che, senza remore, si porterà dalla parte del più debole per lottare. A darle una mano Shade (qui in un cameo) che, con le sue canzoni, come quella che dà il titolo al film, verrà in soccorso alla ragazzina anche in uno dei momenti più cruciali della storia.

Un lungometraggio, dunque, non banale, forse un po’ troppo televisivo, che sa coinvolgere, pensiamo, molto bene i ragazzi. Merita un accenno la fotografia che porta in risalto la luce e la bellezza della terra siciliana, come la costa di Terrasini.

Da proporre, non solo a scuola, al giovane pubblico perché non si smetta di riflettere sul valore della diversità e del rispetto dell’altro. A partire dai proprio coetanei.

Temi: bullismo, amicizia, famiglia, affetti, radici, scuola, lotta, coraggio, difesa, rispetto.

 

Green book

Green book

Ci sono amicizie impossibili che hanno segnato vite nonché la storia in generale.

Sono quelle tra due persone di mondi completamente differenti, che per destino o, meglio, provvidenza arrivano ad incrociarsi. «Green book», fra pochi giorni nelle sale, racconta proprio quella tra il duro buttafuori macho italoamericano Tony-Lip-Vallelonga (Viggo Mortensen, superlativo) con il raffinato, talentuoso e riservato pianista di colore Donald Walbridge-Don-Shirley (Mahershala Ali, grandioso).

Nel 1962 Tony perde il lavoro e per mantenere la famiglia decide di seguire, come autista di Don, il tour di due mesi nel Sud degli Stati Uniti.

Un viaggio che porterà entrambi a guardare il mondo attraverso gli occhi dell’altro, fino ad intessere una lunga e bella amicizia che durerà, fino alla loro morte, oltre cinquant’anni.

Peter Farrelly gira così un vero e proprio road movie che attraversa le strade dell’animo umano, quello più misterioso e quello più profondo che tutti ci accomuna. Anche quando i riferimenti culturali sono diversi, lo status pure, così come il colore della pelle. Lo stesso che Don deve pagare, fino alla mortificazione, quando allora le leggi razziali mettevano limiti su dove «i neri» potevano mangiare, dormire, sedersi, fare acquisti e camminare.

Un racconto drammatico, ma capace di far sorridere allo stesso tempo, insieme ai protagonisti che sanno tenere egregiamente le scene. Intenso e riuscito, «Green book» sa, dunque, conquistare il cuore dello spettatore (bellissime le lettere che Tony scrive alla moglie grazie all’aiuto di Don).

Non sarebbe male se arrivasse anche alla testa, visto il tema trattato e ancora, purtroppo, così attuale. Più che consigliato.

Temi: amicizia, diversità, razzismo, status, musica, viaggio, sentimenti, destino, provvidenza, vita.

Se la strada potesse parlare

Se la strada potesse parlare

Dietro al colore della pelle c’è la purezza dell’anima

 Un racconto appassionato e sincero, frammisto di poesia e denuncia sociale, dove l’amore resiste e vince, nonostante tutto.

di Gianluca Bernardini per sdcmilano

«È stato l’amore a portarti qui», recita un verso del romanzo di James Balwin Se la strada potesse parlare. Lo stesso preferito dal regista, premio Oscar, Barry Jenkins (autore di «Moonlight» del 2016) che si è cimentato nella trasposizione cinematografica del romanzo dal titolo omonimo, fra pochi giorni nelle sale. Un racconto appassionato e sincero, frammisto di poesia e denuncia sociale, dove l’amore resiste e vince, nonostante tutto.

Protagonisti due giovani di colore, Tish (Kiki Layne) e Alonzo (Stephan James), detto Fonny, che uniti fin da piccoli, si ritrovano innamorati più che mai, negli anni ’70, nel quartiere di Harlem, Manhattan, a New York. Accusato ingiustamente di stupro, Fonny finisce presto in carcere, proprio poco prima di venire informato di essere il padre del bimbo che Tish porta in grembo.

Un duro colpo per entrambi che, invece di abbatterli, li fortifica.

Soprattutto quest’ultima, resiliente, sostenuta dalla famiglia e dal coraggio della madre Sharon (Regina King, premio Golden Globe per miglior attrice non protagonista), farà di tutto per salvare il suo futuro sposo da un’indebita condanna. La stessa che ha subìto l’amico di lui, Daniel (Brian Tyree Henry), che, uscito dalla galera, porta i segni di tutta la violenza e la bruttura che vi ha dovuto subire.

Tra flashback e la narrazione di Tish sullo schermo passa, tuttavia, potentemente la bellezza e la forza del cuore. Sospeso tra cielo (i sentimenti) e terra (l’amara realtà), il film conduce lo spettatore dentro le emozioni dei suoi protagonisti.

La vita è per tutti dura, ma per qualcuno, sembra esserlo ancora di più. Soprattutto se il colore della pelle è diverso dal «bianco». Ma qui v’è la purezza dell’anima che, per fortuna, prevale. Quella che, a ragione, anche se blues (come la musica che accompagna il film), più facilmente tutti ci unisce.

Parole sante, come le immagini. Da vedere.

Temi: amore, coppia, ingiustizia, lotta, carcere, resilienza, Harlem, razzismo.

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