Per i missionari martiri, una campagna Social

Per i missionari martiri, una campagna Social

Per la 27ª Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri del 24 marzo, la Fondazione Missio propone una Campagna di sensibilizzazione attraverso Facebook e Instagram.

In occasione della celebrazione della 27ª Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri del 24 marzo, che ha come slogan “Per amore del mio popolo non tacerò”, la Fondazione Missio, in collaborazione con la commissione di comunicatori dei Centri Missionari Diocesani, propone una Campagna di sensibilizzazione attraverso i social network (Facebook e Instagram).

La Campagna tocca quattro Paesi (Ucraina, RD Congo, Yemen, Venezuela) nei quali la popolazione subisce situazioni di oppressione. Siamo invitati come cristiani – seguendo anche il tema della Giornata – a non tacere. Aderire alla Campagna è molto semplice.

Si chiede di scaricare – di settimana in settimana- dall’home page di www.missioitalia.it il materiale disponibile e condividerlo sui  profili Facebook e Instagram personali e istituzionali.

Ogni lunedì ci sarà la copertina e il post; ogni mercoledì il video (trailer e versione completa su youtube) e gli approfondimenti legati al paese.

Si parte il 1° marzo con uno speciale su mons. Oscar Romero, “El santo de America”, al quale è legata la Giornata del 24 marzo.

«Uomo di grande umanità e dal cuore aperto per le vittime di qualsiasi schieramento (guerriglieri, poliziotti, sacerdoti, politici e civili inermi), – dice di lui il comboniano padre Giulio Albanese, direttore delle riviste di Missio – Romero accettò la morte in un atteggiamento di totale abbandono a Dio. E il suo sacrificio, il cosiddetto dies natalis dei martiri, si compì di fronte all’altare eucaristico, in mistica unione con il Cristo crocifisso e risorto».

Per info: 06/6650261,  info@missioitalia.it

 

Fonte: comunicazioni sociali.chiesacattolica.it

Cristiani e Musulmani: il dialogo come via

Cristiani e Musulmani: il dialogo come via

Cristiani e Musulmani: “il dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo”

Nell’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil, nuovamente un Francesco è partito per incontrare alcune tra le massime autorità islamiche; e il dialogo è stato il cardine del viaggio del Papa argentino. Il 4 febbraio, al termine dell’incontro interreligioso nel “Founder’s Memorial” di Abu Dhabi, il Santo Padre e l’Imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib – la maggiore autorità dottrinale dell’Islam sunnita – hanno siglato un documento comune sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune”.

Diversi sono gli elementi di novità di questo viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti: per la prima volta un Papa mette piede nella Penisola Arabica, per la prima volta è stata celebrata una grande Eucaristia pubblica in tutta la penisola (con oltre 135 mila fedeli presenti, per lo più immigrati stranieri), e per la prima volta si giunge ad un documento così articolato e impegnativo sul dialogo tra Cristianesimo e Islam, a vantaggio di tutta la fratellanza umana.

Nel loro quinto incontro, infatti, l’Imam di Al-Azhar e il Romano Pontefice, “in nome di Dio, che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità”, in nome dei poveri, degli orfani e delle vedove, della fratellanza, della libertà e della giustizia, hanno dichiarato, per conto delle rispettive comunità di credenti, di voler “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.

Numerosi e decisi sono i passi del documento sottoscritto dalle due autorità religiose: si va dalla ferma dichiarazione “che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo”, all’appello ai leader delle nazioni a tutelare la famiglia “nucleo fondamentale della società e dell’umanità”; dalla condanna dell’estremismo e dell’intolleranza, che hanno prodotto “una terza guerra mondiale a pezzi”, al richiamo ad un’equa distribuzione delle risorse; dalla tutela dei diritti fondamentali delle donne e dei bambini e dalla protezione degli anziani, fino alla promozione del senso religioso e al riconoscimento del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale.

Il documento, che vuole essere un invito alla riconciliazione e alla fratellanza non solo tra i credenti, ma tra tutte le persone di buona volontà, vuole essere oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, cristiani e islamici.

Il progetto di Papa Francesco di “avviare processi”, anziché “occupare spazi”, segna un altro, importantissimo passo avanti.

Il testo completo della dichiarazione è disponibile qui.

 

Fonte: Infoans

I Salesiani a Malta fanno la loro parte

I Salesiani a Malta fanno la loro parte

I Salesiani a Malta a sostegno delle navi delle ONG per il soccorso dei migranti

“Da parecchi giorni 49 persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di ONG, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai Leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone”.

Con queste parole Papa Francesco ha ricordato dopo la recita dell’Angelus di domenica 6 gennaio la necessità di essere accoglienti nei confronti dei migranti.

I Salesiani di Malta, per quel che possono, fanno la loro parte.

Dalla settimana precedente il Natale 49 migranti sono rimasti bloccati su due navi di salvataggio di proprietà di Organizzazioni Non Governative (ONG) attive nel Mediterraneo centrale. Le navi non erano in grado di attraccare in nessun porto a causa della diversa interpretazione che i governi dell’Unione Europea danno al Diritto del Mare in materia di aiuto ai migranti in difficoltà e per le differenze e diffidenze politiche all’interno dell’Unione Europea.

Venerdì 4 gennaio, due imbarcazioni sono salpate da Malta per portare rifornimenti alle due navi con a bordo i migranti e per traghettarvi diversi parlamentari tedeschi, parlamentari europei, un rappresentante ecclesiastico e un nuovo equipaggio.

Impossibilitati ad aiutare direttamente i migranti, i Salesiani di Malta si sono comunque offerti di ospitare i 16 membri dell’equipaggio, formato per la maggior parte da marinai tedeschi ormai esausti per la lunga attesa, avendo trascorso quasi quattro settimane in missione di salvataggio in mare.

“Le nostre preghiere accompagnano coloro che sono ancora a bordo, mentre chiediamo un’azione umanitaria a favore di coloro che hanno rischiato tutto per salvare la loro vita e le loro famiglie fuggendo dai loro Paesi d’origine e dalla Libia” concludono i Salesiani di Malta.

Fonte: Infoans

M’interesso di te

M’interesso di te

Per cambiare la vita dei giovani più poveri e abbandonati

Secondo l’Atlante Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) dell’ONG “Save the Children”, nel 2017 sono arrivati in Italia oltre 17mila minori, dei quali 15.779 minori senza alcun accompagnatore – praticamente, il 90%.
A questi vanno aggiunti i MSNA che non vengono intercettati alla frontiera o nei luoghi di sbarco: si tratta di circa 5.000 ragazzi “invisibili”, che ogni giorno rischiano di essere coinvolti in attività criminali o in circuiti di sfruttamento sessuale.

 

Il progetto “M’interesso di te”, portato avanti dai “Salesiani per il Sociale” cambia le vite di tanti di questi ragazzi.

 

A Catania sta lavorando per ricostruire le esistenze di A.B., nato il 23 novembre 1999. Partito dalla Guinea il 24 agosto 2015, è arrivato in Italia il 9 giugno 2016. Dopo la morte del padre nessuno si occupava della sua famiglia, perché aveva la mamma malata. Un amico di famiglia voleva prendere il posto del padre, ma lui glielo ha impedito perché era un uomo violento: ha voluto così cercare di raggiungere l’Italia per mandare i soldi alla famiglia.

Non ha potuto studiare perché non avevano i soldi nemmeno per compare quaderni e materiale scolastico. In poco meno di un anno ha girato in diversi Paesi prima di potersi imbarcare per arrivare in Sicilia. Ha dormito nelle stazioni del Benin e del Togo e mangiava una volta al giorno.

Quando è riuscito ad arrivare a Tripoli, insieme con altre 300 persone, è rimasto due mesi in una fossa dove venivano nutriti una volta al giorno, con acqua razionata. Gli hanno rubato tutto, vestiti, documenti: ha subito violenze, ha visto persone morire per le percosse ricevute. Dopo un giorno e mezzo di viaggio è sbarcato in Sicilia: vorrebbe rimanere a Catania, si trova bene e sta studiando per darsi una possibilità. Ora sta studiando all’Istituto Alberghiero “Filippo Eredia Deodato” di Catania.

Sempre a Catania i Salesiani accompagnano S., ventenne nigeriano. Viveva con la famiglia a Maiduguri, poi si è iscritto a un college a Chibok. A gennaio del 2015 il college dove studiava è stato preso di mira dai terroristi di Boko Haram, che lo hanno assaltato: lui è riuscito a scappare e a tornare a casa. Ma la città era ostaggio del gruppo terroristico, quindi con la famiglia si sono spostati a Kano, in una casa di famiglia. Ma la casa è andata parzialmente distrutta da un nuovo attacco di Boko Haram e S. ha deciso di andare via per aiutare la famiglia visto che il padre aveva perso il lavoro.

Il progetto “M’interesso di te” dei “Salesiani per il Sociale” sostiene il lavoro della rete composta da educatori di strada, psicologi e volontari che garantiscono subito a ciascun ragazzo intercettato, sostegno e protezione. In una seconda fase, questa rete offre ai ragazzi intercettati la possibilità di seguire un corso di lingua italiana, di ricevere assistenza legale per l’iter di riconoscimento, di acquisire competenze professionali e inserirsi nel mondo del lavoro.

 

Fonte: infoans

 

 

70 anni di Diritti Umani

70 anni di Diritti Umani

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani me la immagino come una signora distinta, elegante e bellissima nel suo 70° compleanno. Mi sembra di vederla sorridente ma con il viso segnato dalle rughe, un vestito pulito ma consunto, messo alla prova dal tempo e dagli avvenimenti.

Un nome altisonante il suo, ma cosa vuol dire poi dichiarare che dei diritti sono universali? Prendo in prestito le parole di Liz, che con una semplicità e concretezza tutta messicana nel pensare ai diritti mi spiazza con un: “hay que reconocer que somos diferentes, intentar comprendernos y ver lo en que coincidimos”. In italiano suona come “bisogna riconoscere che siamo diversi, provare a capirci e vedere quello che abbiamo in comune”; la forza di quel “coincidir” però non mi lascia indifferente. Perché non ripartire proprio da lì?

Credo che nel 1948, quando è stata presentata e firmata, la Dichiarazione volesse farsi forza esattamente della convinzione che nonostante gli errori e gli orrori della guerra, c’è una bellezza che non si può ignorare. È quella bellezza antica che riconosce in ogni essere umano dignità, non per il fatto di essere uomo o donna, cittadino o schiavo, quanto piuttosto per il semplice fatto di esistere.

È nata nonostante il serio rischio di un aborto, perché con un mondo già spaccato dalla Guerra Fredda e dallo sgretolarsi di un sistema coloniale improvvisamente si affacciavano tante domande: quali sono i valori condivisi? Su cosa ci riconosciamo? Ma soprattutto: chi è l’uomo?
L’impegno incessante di tanti uomini e tante donne nel tessere, trattare e anche ostinarsi ha fatto sì che quei 30 articoli venissero scritti e fossero quella Carta fondamentale e punto di riferimento per i diritti umani nei decenni seguenti, fino a oggi.

Si inizia nel preambolo con lo spiegare perché è stato necessario arrivare fino al mettere nero su bianco certe idee, altrimenti facilmente calpestabili. Negli articoli poi si susseguono i concetti di libertà e dignità, a cui si accompagnano poi i diritti individuali come quello del diritto alla vita, successivamente si delineano i diritti dell’individuo nei confronti della comunità, preservandolo ad esempio dall’essere deprivato della propria nazionalità. La Dichiarazione continua con le libertà costituzionali, permettendo ad esempio la libertà di pensiero, coscienza e religione.

L’uomo però non sarebbe completo se ci si riferisse a lui solamente tenendolo sotto una campana di vetro al riparo da ingerenze esterne; quindi pensando alla ricchezza della persona e alla possibilità di crescita lo si immagina anche in relazione alla comunità: nell’educazione come nel lavoro, nell’assistenza in caso di vulnerabilità così come nell’attiva partecipazione alla vita collettiva. Ancora, diritti e responsabilità sono necessariamente legati: la Dichiarazione si chiude riconoscendo che l’individuo non vive solo, all’interno della società deve sapersi muovere e convivere. Questa convivenza implica anche delle responsabilità nei confronti degli altri.

Si rimane abbagliati, nel leggerla. Poi sorge spontaneo il dubbio che si tratti di un affascinante documento nato dalla buona volontà ma rimasto soffocato poi dalla realtà. Quindi: vale la pena festeggiarlo questo compleanno della bella Dichiarazione oppure è solo ipocrisia?

Ho 23 anni, appartengo alla cosiddetta “generazione della crisi” e rubando un’immagine di don Milani mi rispecchio moltissimo in quella sete di vivere rimanendo con i piedi nel fango e gli occhi verso il cielo. L’assaggio di vita al Consiglio dei Diritti Umani con la 39° sessione ha ampliato l’orizzonte ma di certo non mi ha lasciata imbambolata: non tutti quelli che entrano nella Sala XX lo fanno con le stesse intenzioni, ci si nasconde dietro falsi pretesti e spesso si fatica ad accettare di mettere davvero l’uomo al centro.

Questi sono i piedi ancorati al terreno e sensibili a ogni spaccatura, temperatura e consistenza. Poi però ci sono gli occhi che guardano le stelle, allora si scorge anche il lavoro e la tenacia di chi come Eleanor Roosevelt nel 1948 anche adesso non si risparmia e continua in un’attività come quella di Sisifo fatta di dialogo, denuncia, unione d’intenti e tentativi di cambiamento.

Per festeggiare davvero questo 70° compleanno forse quel che serve allora è prendersi in mano in modo serio, lasciare ai demolitori di professione ogni semplificazione e affrontare la realtà.

Dal piccolo al grande, sembra prevalere la libertà dell’individuo (che poi diventa libertà del singolo stato, rifiuto di forme di condivisione) su quella della comunità. Ecco che trova terreno fertile quella che papa Francesco chiama la “cultura dello scarto”, che marginalizza, si rifiuta di comprendere e di abbracciare la complessità. Meccanismi di questo tipo non solo sono pericolosi nell’immediato, ma diventano fomentatori di disuguaglianza e allontanano sempre di più dal quell’idea tanto bella quanto fragile di “universalità” dei diritti.

Universale diventa sempre più locale poi anche quando alcuni principi vengono ignorati in nome di presunte incongruenze culturali. Finisce così che il Niger accetti di buon grado le spose bambine già all’età di otto anni, perché così è la tradizione. Trump al Palazzo di Vetro e l’ambasciatore cinese a Ginevra sembrano quasi dargli ragione quando insistono nel sostenere l’inviolabilità della sovranità.

Oltre a un istintivo rifiuto di quest’idea, provo a razionalizzare e motivare il perché questo atteggiamento di isolamento sia terribilmente pericoloso. Non è solo pietà per quelle bambine del Niger, ma convinzione che la Dichiarazione di Vienna e il Programma d’Azione riconoscendo che i diritti umani sono universali, inalienabili, indivisibili e interdipendenti non si limitava a giocare con le parole. Ovvero: serve mettere sullo stesso piano le categorie di diritti ma serve anche iniziare a capire che i miei diritti hanno valore solo se anche i diritti dell’altro sono rispettati. Trincerarsi nel proprio piccolo angolo di mondo significa rinunciare a una battaglia necessaria ma anche limitare la propria libertà.

Facile? Al contrario: approccio integrale significa proprio provare a tenere insieme la complessità del molteplice con la necessità dell’uno.

Non possiamo poi fingere di sorvolare sugli ultimi due articoli della Dichiarazione: il diritto è questione di giustizia ma non può svilupparsi in tutta la sua completezza se non è accompagnato dalla responsabilità.

Quindi: sì lo voglio festeggiare il compleanno della bella signora del vestito un po’ logoro. Lo festeggio proprio qui a Ginevra, al palazzo delle Nazioni, un giardino immenso, il Monte Bianco incappucciato e i mille volti incontrati durante queste tre settimane di sessione.

Vivere nel mondo e allo stesso tempo non farsi contaminare: davvero io ci credo.

Fonte: cgfmanet.org

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