Cristicchi in cerca di felicità

Cristicchi in cerca di felicità

Di Walter Muto per Tracce

Come lui stesso ammette, è uno degli ultimi cantautori aggrappatisi al carro della discografia prima dell’esplosione dei Talent Show. E all’inizio ha faticato non poco ad affermarsi, fino ad un simpatico e geniale tormentone nato proprio da questa difficoltà, poi divenuto un hit, Vorrei cantare come Biagio.
Stiamo parlando di Simone Cristicchi: è il 2005 e solo due anni dopo arriva la vittoria al Festival di Sanremo con una canzone, Ti regalerò una rosa, sulla disabilità psichica, tema trattato anche in uno spettacolo teatrale.
Dopo un’altra esperienza teatrale sul dramma delle foibe e le feroci critiche provenienti da quella sinistra cui prima faceva riferimento, il cantautore-scrittore si avvicina alla spiritualità controversa di Davide Lazzaretti, discusso predicatore della seconda metà dell’800 e questo lo porta a presentare il libro a lui dedicato in molti luoghi, fra i quali la Fraternità di Romena, dove conosce Don Luigi Verdi.

Come sempre, è da un incontro con un uomo in grado di “scaldare il cuore” e dall’amicizia che ne consegue che viene un cambio di rotta, o meglio, un riconoscimento.
Cercare di cambiare sguardo sul mondo e vedere l’altro come un dono sono un tutt’uno.

Il resto è storia recente: lo abbiamo visto sul palco di Sanremo con l’intensa canzone Abbi cura di me, che è anche il titolo dell’album-raccolta uscito ai primi di febbraio, contenente anche l’altro bell’inedito Lo chiederemo agli alberi.

Parlando della canzone presentata a Sanremo l’artista dice: «Nei versi della canzone, ricorre il tema millenario dell’accettazione, della fiducia, dell’abbandonarsi all’altro da sé, che sia esso un compagno, un padre, una madre, un figlio o Dio. Nelle mie intenzioni, questo brano vuole essere una preghiera d’Amore universale, una dichiarazione di fragilità, una disarmante richiesta d’aiuto».

Un altro incontro, quello con una suora di clausura ha generato poi il progetto Happy Next – alla ricerca della felicità, un documentario che sarà realizzato attraverso una serie di domande a personaggi famosi e gente comune su questo grande tema.

In una udienza generale ha incontrato anche Papa Francesco, strappandogli la promessa di avere anche la sua testimonianza per il documentario.

Un uomo in cerca, quindi, sinceramente in cerca. A noi la verifica per rintracciare tracce di questa esperienza interessanti per noi.

 

Lizberries: una storia d’amicizia

Lizberries: una storia d’amicizia

“Sitting here in my room drinking tea, the sky’s so numb in an awful winter day. Suddenly I heard the news that took my heart away in an awful winter day” (trad. Seduta qui nella mia stanza bevendo del tè, il cielo era così cupo in un terribile giorno d’inverno. Improvvisamente ho sentito la notizia che mi ha portato via il cuore in un terribile giorno d’inverno).

Così inizia la nuova canzone dei Lizberries, band ufficiale di tributo ai Cranberries.

Alla scomparsa della voce leader dei Cranberries, il 15 Gennaio 2018 per cause accidentali, i Lizberries, profondamente commossi, scrivono un pezzo a lei dedicato, “In an awful Winter Day” che parla di come Dolores O’Riordan abbia cambiato con la sua musica la vita di molti suoi fans, inclusa la loro, di come grazie a lei è stato possibile raggiungere un sogno “My life has changed because of you. You were a dream to me” (trad. La mia vita è cambiata grazie a te. Tu eri per me un sogno). Il sogno che ha permesso ai Lizberries di solcare palchi anche prestigiosi, esprimendo tutta la propria passione musicale, suonando per quasi dieci anni insieme le canzoni da loro più amate e facendo crescere dunque non solo la propria preparazione musicale ma anche una storia di amicizia.

I Lizberries infatti nascono ufficialmente nel lontano 2011, anche se dal 2008 la stessa formazione operava nel milanese come band di canzoni inedite, conosciuta con il nome The Lizards.

La voce di Cristina però, particolarmente simile a quella di Dolores O’Riordan, ispira la band a mettersi in gioco anche come tributo ai Cranberries, l’irish rock band conosciuta in tutto il mondo soprattutto con i brani come Animal Instinct, Promises, Just My Imagination e non ultimo Zombie, canzone di denuncia del lungo conflitto nell’Irlanda del Nord.

La passione per la musica ma soprattutto l’amore in particolare per quella dei Cranberries, porta la neo band tributo a fare presto carriera.

I Lizberries infatti (così hanno deciso di chiamarsi dalla fusione del loro nome originario Lizards a quello dei Cranberries) iniziano a suonare sempre più frequentemente in locali non solo di Milano ma del Nord Italia. Nel 2012 espatriano in Svizzera, all’Arena di Mendrisio, data importante per la loro crescita professionale, dato che vengono in contatto con alti livelli di musica e di performance. Pochi mesi dopo approdano su un palco prestigioso, che richiede un’ulteriore crescita professionale, l’Alcatraz di Milano, che li vedrà portare le atmosfere del quartetto di Limerick per altre quattro volte, in occasione di altrettante feste di San Patrizio.

Diverse le date che li vedono protagonisti: oltre all’Italia (Torino, Mantova, Trento, Como, Lecco, Pavia, Bergamo, Genova, Macerata,ecc…) i Lizberries suonano due volte all’Hard Rock Cafè di Nizza, e vivono esperienze importanti, sia musicali che umane, in occasione dei tour in Irlanda nel 2013, 2015 e 2016: viaggiando in lungo e in largo per l’isola di smeraldo, i Lizberries sperimentano un pubblico potenzialmente “difficile” dato che giocano fuori casa, nella terra d’origine dei Cranberries. L’accoglienza però è calda, cordiale, le persone sono entusiaste, vengono richiamati più volte e tutti e tre i tour si rivelano straordinari. I tour servono anche ai Lizberries per coltivare la loro amicizia, fondamentale per poter suonare insieme capendosi con uno sguardo e trasmettere dal palco l’armonia che li caratterizza.

I Lizberries non si sentono mai “arrivati” e continuano a lavorare instancabilmente e a perfezionarsi: i locali in cui suonano si fidelizzano e ne subentrano di nuovi.

Nel 2018 però arriva un’offerta ancora più bella e impegnativa: la band viene richiesta al prestigioso HeyDay Festival, un contest di tribute band da tutta Europa nel cuore di Bucarest in Romania. I Lizberries si mettono in gioco con entusiasmo e l’evento si rivela un successo, sia dal punto di vista musicale che di affiatamento tra i membri, che ogni anno si sentono sempre più coinvolti nel raggiungimento del loro sogno.

Ciò che caratterizza i Lizberries infatti non è solo il fatto di suonare bene la musica dal vivo, ma la loro amicizia di lunga data che ha permesso loro di crescere insieme, studiare, impegnarsi, supportarsi reciprocamente, convogliando le energie di ognuno verso un unico obiettivo: suonare i loro amati Cranberries e tenere viva la memoria di Dolores O’Riordan.

E così infatti scrivono nella canzone “If I’m here recalling you, if I’m singing just like you in another winter day. I won’t forget, I won’t give up ‘cause I’m feeling close to you in this other winter day” (trad. Se sono qui richiamandoti, se sto cantando come te in quest’altro giorno d’inverno, non voglio dimenticarti, non voglio smettere perchè mi sento vicina a te in quest’altro giorno d’inverno).

Il progetto futuro dei Lizberries è naturalmente quello di continuare a suonare, cercando di regalare ai fans dei Cranberries quelle emozioni che sapeva sprigionare la band originale, ricordando la bellissima e  unica voce della cantante, Dolores O’Riordan, così sottile e delicata, a tratti potente e caratterizzata da uno yodel tutto irlandese. “And your voice, and your words and your eyes and your smile. And we miss you when you’re gone” (trad. E la tua voce, e le tue parole, e i tuoi occhi e il tuo sorriso. Ci manchi da quando te ne sei andata). “In an awful Winter Day”, ascoltabile su Spotify e Youtube (con testo integrale), vuole diventare l’inno per Dolores, la voce di tutti i suoi fans per cantarle il grazie di tutto ciò che ha saputo donare con la sua musica “I would sing you my thank you” (trad. vorrei cantarti il mio grazie).

I Lizberries sono: Cristina Paradisi, voce/chitarra (ex allieva salesiana), Stefano Limonta, basso/cori (ex allievo salesiano), Mattia Monza (chitarra/cori), Mauro Casella(batteria).

Il progetto “The Lizards” nel frattempo continua a vivere: su Spotify, Youtube e iTunes si possono trovare i loro brani inediti. Per maggiori informazioni e materiale audio/video si possono visitare il sito internet www.thelizards.it/lizberries, la pagina Facebook, Instagram e Youtube.

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Genitori & figli

Genitori & figli

Di  Luigi Rutigliani

Genitori/figli: è la tematica divenuta molto presente di questi tempi. Si sente parlare persino di “emergenza educativa”. Numerose sono le attività che esperti, scuole e associazioni varie propongono per promuovere un rinnovato e autentico rapporto fra generazioni, anche se, da sempre, in ogni epoca, gli adulti hanno fatto “fatica” con le nuove generazioni.

Il rapporto in famiglia e a scuola, tra il mondo gli adulti e quello degli adolescenti, è sempre “frizzante” e continuamente in oscillazione tra la bellezza di questa relazione e tutte le difficoltà che essa comporta. Non è quindi una sorpresa se, guardando al panorama musicale passato e presente, praticamente in ogni artista troviamo una o più canzoni scritte pensando alla relazione famigliare; che sia da genitore guardando il proprio figlio o da figlio che, attraverso la canzone, parla, chiede, ringrazia, urla, si arrabbia coi propri genitori.

Ci sono testi con storie difficilissime e talvolta tragiche e ci sono testi che esprimono tutta la bellezza di questa viscerale relazione.

Possiamo fare un veloce elenco, necessariamente non esaustivo, se ricordiamo alcuni grandi della musica italiana come Baglioni, Guccini, Ramazzotti, Ligabue, Jovanotti per poi spostarci sul panorama internazionale con Cat Stevens, Eminem, Simple Plan, One republic, Lynyrd Skynyrd…

Voglio lasciarvi meditare con due testi, per certi versi simili, uno molto popolare e conosciuto, l’altro più da appassionati musicali.

Entrambi però sono un dialogo tra un genitore e un figlio, fatti senza nessuna enfasi emotiva ma con quella tenerezza che sa plasmare il cuore e animata desiderio che dovrebbe essere in ogni genitore: vedere il proprio figlio felice perché ha compreso che la vera felicità nella vita è fatta dalla quotidianità, dalle piccole cose, dalla semplicità.

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CAT STEVENS – PADRE E FIGLIO

Non è il momento di fare cambiamenti,
rilassati soltanto, prenditela comoda
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema,
c’è così tanto che devi sapere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Un tempo ero come tu sei ora,
E so che non è facile, restare calmo quando trovi
che qualcosa bolle in pentola
ma prenditi il tuo tempo, pensa molto
beh, pensa a tutto quel che hai
domani tu sarai ancora qui,
ma i tuoi sogni potrebbero non esserci

Come posso provare a spiegare?
quando lo faccio lui si gira dall’altra parte
è sempre stata la solita
la solita vecchia storia
dal momento in cui potevo parlare
mi è stato ordinato di ascoltare
ora c’è una via e io so
che devo andare via
io so che devo andare

Non è tempo per cambiamenti
siediti soltanto, fai le cose con calma
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema, c’è così tanto che devi vivere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Tutte le volte che ho pianto,
tenendomi tutto ciò che sapevo dentro
è difficile, ma è più difficile ignorare ciò
se loro avessero ragione, io sarei d’accordo
ma è loro che conoscono, non sono io
ora c’è una via e io so
che devo andare via
io so che devo andare

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LYNYRD SKYNYRD  – UN UOMO SEMPLICE

Mia madre, quando ero piccolo, mi disse
“Vieni qui, siediti vicino a me, mio unico figlio
E ascolta attentamente ciò che ti dico
Se lo farai ti aiuterà un bel giorno”

(interruzione strofa)

“Prenditi il tuo tempo, non vivere con la fretta
I problemi vengono e vanno
Troverai una donna, troverai l’amore
E non dimenticarti, figlio mio, che c’è qualcuno lassù”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Piccolo, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

(interruzione strofa)

“Lascia perdere l’ingordigia del denaro dell’uomo ricco
Tutto ciò di cui hai bisogno è nella tua anima
Puoi farcela se ci provi
Tutto ciò che voglio per te, figlio mio, è la tua soddisfazione”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Tesoro, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

Sì, lo farò.

Ragazzo, non preoccuparti, troverai te stesso
Segui nient’altro che il tuo cuore
Puoi farcela, tesoro, se ci provi
Tutto ciò che voglio per te, figlio mio, è la tua soddisfazione”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Piccolo, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

“E sii un uomo davvero semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Tesoro, sii un uomo semplice…”

 

Wind of change

Wind of change

di Luigi Rutigliani

La “canzone simbolo” dei muri che crollano e delle speranze di pace e fraternità dei giovani.

Il 12 e 13 agosto del 1989, nell’Unione Sovietica, ancora per poco URSS, si tiene, nello Stadio Lenin di Mosca, il “Moscow Music Peace Festival”, primo festival rock, organizzato dalla Make A Difference Foundation, in cooperazione tra le due superpotenze degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica, con lo scopo di promuovere la pace e combattere l’abuso di droghe e alcool.

È il primissimo festival in un paese che aveva da sempre censurato il rock visto come pericolosa influenza occidentale sulla cultura sovietica. L’evento eccezionale viene trasmesso in tutto il mondo. Prendono parte a questo storico momento musicale, artisti del calibro di Bon Jovi, Mötley Crüe, Ozzy Osbourne e gli Scorpions che si esibiscono davanti ad oltre 250.000 giovani sovietici.

Proprio grazie alle emozioni e al “vento” respirato in quel contesto, gli Scorpions, band Hard Rock tedesca, compongono la canzone che diverrà il simbolo per eccellenza dei venti di cambiamento che stavano soffiando ormai da tempo: la fine della guerra fredda, la progressiva dissoluzione dell’impero Sovietico con la “Perestrojka” di Gorbaciov, l’abbattimento del muro di Berlino nel novembre del 1989 con la relativa unificazione della Germania e il colpo di Stato del 1991 che apriva definitivamente l’ex Unione sovietica all’incontro con l’Europa occidentale.

Il cantante Klaus Meine ricorda: “Era come se il mondo stesse cambiando davanti ai nostri occhi. Tornando a casa da Mosca, nel settembre del 1989, le emozioni erano così forti, e quello che abbiamo visto tra il 1988 a Leningrado e il 1989 a Mosca era un sentimento forte di speranza nel fatto che il mondo sarebbe cambiato per il meglio”.

Nel 1990, in Europa, divisa tra Est ed Ovest, soffiava una nuova brezza, un vento che sembrava aver finalmente abbattuto muri e regimi. Wind of Change, è la canzone del vento del cambiamento e risuonava forte e chiara nelle stazioni radio, nelle televisioni sparse per il continente e per il mondo, sui palchi di numerosi concerti.

“Quando aprimmo il concerto con Blackout, tutti i soldati dell’Armata Rossa, tutti i membri della sicurezza, si sono girati verso il palco e hanno lanciato in aria i loro berretti e le loro giacche. È stato fantastico. Era come se il mondo stesse cambiando proprio sotto i nostri occhi. In Unione Sovietica molti ragazzi percepivano che l’epoca della Guerra fredda sarebbe finita presto. C’era una sensazione di speranza: ed è quella che ho cercato di esprimere in Wind Of Change” (Klaus Meine)

La canzone trae ispirazione da una serie di concerti realizzati a partire dal 1988 nell’Unione Sovietica (da qui l’unico chiaro riferimento fisico nei primi versi al fiume Moskva e al Gorky Park).

“I follow the Moskva, down to Gorky Park, listening to the wind of change…”

Sempre il frontman della band ci dice: “Durante il nostro soggiorno a Mosca si sentiva una nuova energia nei giovani sovietici, volevano essere parte del resto del mondo, e questo mi ha motivato a comporre la canzone nel settembre del 1989. Due mesi dopo, il muro di Berlino si sgretolava”

Un anno dopo, la canzone celebrava sì i cambiamenti politici in atto a quei tempi nell’Europa dell’Est – come la caduta del Muro di Berlino, l’aumento della libertà nel blocco comunista (che avrebbe presto portato alla distruzione dell’URSS), la chiara e imminente fine della guerra fredda. Ma Wind of Change celebrava soprattutto il profumo della rivoluzione, di ciò che si avverte nell’aria alla vigilia di un cambiamento.

Wind of Change celebrava la riconciliazione di due mondi all’apparenza distanti (l’Ovest con Elvis, i jeans, i chewing-gum e l’Est con la riluttanza alla novità, con il suo balalaika, popolare strumento russo a corde), divenendo la canzone simbolo della pace e di una speranza concreta cantata a voce alta senza più censure, senza più paure.

“did you ever think, that we could be so close, like it brothers?
The future’s in the air I can feel it everywhere, blowing with the wind of change.

“Hai mai pensato che potremmo essere così vicini, come fratelli?
Il futuro è nell’aria, Posso sentirlo soffiare ovunque in questo vento del cambiamento”

 

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VENTO DEL CAMBIAMENTO

Seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento
una estiva notte d’agosto
i soldati passano oltre
ascoltando il vento del cambiamento

Il mondo è vicino
avresti mai pensato
che noi potessimo essere così vicini, come fratelli?
il futuro è nell’aria
lo posso sentire ovunque
soffiare con il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte gloriosa
dove i bambini di domani sognano
nel vento del cambiamento

Camminando per la strada
ricordi lontani
sono sepolti nel passato per sempre
seguo la Moskva giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Il vento del cambiamento
soffia diritto in faccia al tempo
come un tempesta che suonerà la campana della libertà
per la pace della mente
lascia cantare la tua balalaika
ciò che la mia chitarra vuole dire

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Dare voce all’inascoltato

Dare voce all’inascoltato

L’intreccio di storie che risuscita l’umano

Di Walter Muto per Tracce

Mary Gauthier è un nome che a molti dirà poco o niente: è una cantautrice statunitense, oggi 55enne, in realtà piuttosto conosciuta oltreoceano.

Abbandonata da piccolissima, scappata a 15 anni dalla famiglia che l’aveva adottata, passata la notte del suo diciottesimo compleanno in carcere. Una vita difficile. Ma attraverso la musica si riscatta, ed arriva ad un certo successo nel mondo folk-rock. Quando poi (dopo 10 album all’attivo) comincia un lavoro – durato poi cinque anni – con una associazione di sostegno a soldati e veterani di guerra, trova quello che voleva davvero fare.

Ne nascono undici canzoni che alla fine di gennaio di questo 2018 finiscono sul suo ottavo album, Rifles and Rosary Beads, fucili e grani del rosario.

Lavorare sui testi delle canzoni con i veterani (e le loro famiglie) è per lei incontrare un panorama di umanità intricate, di situazioni complicate, di ritorni alla vita di tutti i giorni spessissimo difficili e drammatici tanto quanto, talvolta più della guerra.

Dare voce all’inascoltato, ecco, questo è il compito.

E Mary ci riesce benissimo: canzoni tutte intense, che vanno ascoltate con attenzione, leggendo i testi e penetrando nelle storie, raccontate dalla viva voce dei protagonisti.

Menzione particolare per Bullet Holes in the Sky: un reduce guarda la sfilata dei veterani dalla vetrina di un bar fra sentimenti contrastanti: ma dichiara di credere in Dio, ed anche nel Paradiso, che splende sugli uomini attraverso i fori dei proiettili nel cielo.

Una umanità ferita ne incontra altre ed insieme si riscopre una appartenenza, una dipendenza; dentro la drammaticità della vita un bene c’è.

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La sete inesausta di domanda

La sete inesausta di domanda

di Walter Muto per Tracce

A fine ottobre c’è stata l’uscita di un album su cui tenere le antenne puntate, si tratta di Here If You Listen di David Crosby, 77 primavere sulle spalle, mostro sacro della musica mondiale.

Ma perché provare ad ascoltarlo?

Alfiere del Sessantotto e della contestazione, spirito guerrier ch’entro gli rugge ancora oggi, passato per ogni tipo di eccessi, droghe libere, amori liberi, ma già alla fine degli anni 80 dichiarava che tutte quelle finte speranze hippies erano state solo una stampella, orme nella sabbia che presto si erano cancellate (Tracks in the dust,1989). Stiamo però parlando di 30 anni fa…

Fra alti e bassi, trapianti e terapie, il vecchio David è sempre rimasto in sella, da solo o con i suoi soci Stillis e Nash.

Negli ultimi cinque anni ha sfornato quattro album, con un furore creativo che fa invidia ad artisti molti più giovani di lui. Ha presentato l’ultimo uscito, Sky Trails, in un concerto intenso e di altissimo livello a Milano l’11 settembre. Ma qualche giorno prima su SoundCloud era apparsa una anticipazione dell’album che uscirà, per l’appunto, alla fine di ottobre.

Il titolo è già emblematico, E’ già qui, se ascolti.
La musica della canzone Glory è delicata ed intensa allo stesso tempo, le liriche fanno i conti con il Destino, che David ha sfidato, con cui ha lottato nella sua lunga vita. Ma adesso sente il bisogno di una luce che illumini la grande notte.

Per questo è un lavoro su cui puntare il radar, per incontrare un uomo che a 77 anni non ha ancora mollato il colpo, non ha perso il vizio di farsi domande.

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